L’avvocato di Nordahl Lelandais cerca di “entrargli in testa” ma “non scusa nulla”

Arnaud Bizot, a Grenoble

Aggiornato

Alain Jakubowicz, l’avvocato di Nordahl Lelandais, si è dichiarato giovedì a Grenoble, ritenendo che il suo cliente “meriti 30 anni di prigione”.

Ha esitato a lungo ad accettare di difendere Nordahl Lelandais. Nel 2017 Alain Jakubowicz, avvocato per il diritto commerciale, la stampa, un tempo presidente della Licra, ha riunito i soci del suo studio per chiedere loro un parere, come racconta in un libro: “O vinco io, o io ‘ impara’ (Plon). Questo procedimento penale avrebbe spaventato i clienti? I suoi soci hanno intuito che la sua decisione era già stata presa. Più che una sfida, una prova, come quella di Robert Badinter, che ha difeso Patrick Henry, che aveva rapito e ucciso Philippe Bertrand, un bambino di sette anni. Siamo nel 1976, Badinter ha salvato il suo cliente dalla pena di morte. E infine, tra la perpetuità richiesta dall’avvocato generale Jacques Dallest contro Lelandais ei trent’anni che vuole Me Jakubowicz, è un po’ come l’equivalente tra la vita e la morte di un essere, come una ghigliottina invisibile. “Ogni uomo deve mantenere una speranza, per quanto lontana. La parola perpetuità si riferisce all’eternità. Annienta ogni speranza”, ha lanciato il difensore di Lelandais durante le tre ore della sua argomentazione alla quale hanno partecipato numerosi avvocati di Grenoble e studenti di giurisprudenza, curiosi di sapere come si potrebbero difendere tante atrocità, quali argomentazioni si sarebbero pronunciate, senza shock, con un margine di manovra stretto come un foro stenopeico.

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È su questo capitolo che “Jaku”, 68 anni, ha iniziato il suo discorso. “Come difendere un uomo che ha rapito un bambino, come difendere un uomo che ha ucciso una bambina di otto anni, che ha abbassato le mutandine dei suoi cugini di quattro e otto anni, come difendere un uomo i cui crimini provocano rivolta e disgusto? Sono quattro anni che mi pongo queste domande e ho trovato la risposta nel mio giuramento di avvocato e nella mia fede nell’uomo”. Questo fascicolo lo ha senza dubbio segnato, e Lelandais sicuramente molto deluso, che gli ha giurato che sei mesi non sarebbero stati niente in questa storia. L’avvocato ha poi ricordato questo adagio ripetutogli dal suo professore di diritto penale: “Non dimenticare mai che il tuo cliente è il tuo peggior nemico”. Durante queste tre settimane di processo avrà parole che sarebbero potute uscire dalla bocca delle parti civili e dell’accusa: hanno dato credibilità alla sua difesa. Così, durante la sua ultima supplica, abbiamo potuto sentirlo dire: «Ho la tua stessa indignazione per i fatti». Oppure: “Non voglio far piangere la gente nei cottage di Nordahl Lelandais, soprattutto no”. Oppure: “Sono consapevole, e sono triste, che questo processo non darà tutte le risposte ai genitori e alla sorella di Maëlys”. Infine: “So che nessuno griderà se Nordal Lelandais verrà mai condannato all’ergastolo con ventidue anni di sicurezza”.

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Ricordava il comportamento di Lelandais al ritorno al matrimonio, così normale, come la sua vita i giorni seguenti. Le sue bugie. “Dovremo fare legge: tu giudichi un crimine, non giudichi un comportamento. Non denunciare, mentire, è un diritto. Mi insulto abbastanza quando lo dico, ma in Francia è un diritto. Riassumendo l’indagine dei gendarmi a casa sua, le conclusioni degli strizzacervelli: “Abbiamo cercato e cercato spiegazioni nel suo passato e cosa abbiamo trovato? Niente. Non ci sarebbe piaciuto che avesse un padre alcolizzato, una madre che lo avrebbe abbandonato? Ci avrebbe rassicurato? Beh no. Scusate se lo dico in questi termini, ma Nordahl Lelandais ci somiglia”.

“Ha ucciso una bambina”

Fatti, è sfuggito ai colpi a Maëlys e alla possibilità di uno stupro, per il quale, per mancanza di prove, non è stato incriminato. “Quello che è successo dipende dalla sua coscienza (…) È terribile, abbiamo solo la sua versione (…) Il mio ruolo di avvocato non è farlo parlare ma sostenerlo”. Dei fatti, tornò solo al vino d’onore e alla partenza del suo cliente con il bambino. “È un assassino disinibito che arriva al matrimonio. Allusione a questa visita dei gendarmi, nel momento in cui stavano indagando sulla morte del caporale Noyer. Sentendo Lelandais per una storia oscura di una gomma a terra, e Lelandais poi si rende conto che non è per Arthur Noyer. Nascerà il suo “senso di onnipotenza”. Non chiede ai genitori di Maëlys se ha il permesso di andare a trovare i suoi cani. “Qualunque spiegazione dia, è un rapimento. Caricato con alcol e cocaina, non ha affari in macchina con un bambino. Analizziamo la situazione. Cerco di entrare nella sua testa. Non scuso niente. Sa che l’abbiamo visto con Maëlys e che le ha parlato. Come può pensare di sfuggire ai sospetti? È suicida, cosa sua. Ma non si è ucciso, ha ucciso una ragazzina.

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Gli inguaribili Lelandai? “Ha camminato durante queste tre settimane di ascolto e sta cominciando a capire. Sì, la strada sarà lunga, sì, la strada sarà dolorosa. Certo, il tempo della libertà non è qui”. Il dolore delle famiglie? Affronta l’avvocato generale Jacques Dallest: “Volevi una sentenza “al culmine del dolore della famiglia”. Signor Procuratore, dove abbiamo visto che è stata fissata una sentenza sulla base del dolore di una famiglia? Lo sai ! In questo caso, dolore infinito, dolore infinito? Tu sei il custode dell’ordine pubblico, non della parte civile”. Ai giurati, continuando a “fare legge”, ricorda di aver chiesto la riclassificazione dei fatti al processo, a Chambéry, per l’omicidio di Arthur Noyer. Omicidio invece di assassinio. “Mi è stato rifiutato, ma invece dei trent’anni richiesti dall’accusa, il giurato ha deciso vent’anni. Questa verità giuridica si applica a te”. (…) “La tua decisione non deve fare eco all’opinione pubblica. La tua intima convinzione è l’impressione fatta sulla tua coscienza dalle prove riportate. La prova ! E per concludere: “Trent’anni rinchiuso, è quello che si merita e lo sa. Farà ricorso se ritiene che la sentenza sia ingiusta? Sapremo dopo il verdetto che la Corte d’Assise renderà “questo luogo geometrico del dolore umano”, come lo chiama Badinter.

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