Alzheimer: identificati nuovi fattori di rischio genetico

Con circa 1.200.000 persone colpite in Francia, il morbo di Alzheimer è senza dubbio la forma più comune di demenza. Ma la medicina non sa come curarla. Uno studio pubblicato lunedì 4 aprile permette tuttavia di capirlo meglio, individuando 75 fattori di rischio genetici.

I ricercatori dell’Inserm, dell’Institut Pasteur de Lille, dell’Ospedale universitario di Lille e dell’Università di Lille hanno collaborato con team europei, americani e australiani per svolgere questo lavoro di ricerca. Il loro studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Genetics, elenca 75 regioni del genoma umano associate al morbo di Alzheimer, di cui 42 che fino ad ora non erano mai state implicate in questa patologia.

Il complesso carattere multifattoriale e la forte componente genetica della malattia di Alzheimer sono noti da tempo. La maggior parte dei casi sarebbe infatti causata dall’interazione di diversi fattori di predisposizione genetica con fattori ambientali. La caratterizzazione degli elementi genetici della patologia costituisce una delle maggiori sfide della ricerca, nella speranza di comprenderne meglio le origini e proporre nuove terapie.

Per fare ciò, il team internazionale che ha condotto questo nuovo studio ha riunito il più grande gruppo di malati di Alzheimer mai visto, al fine di analizzare i loro interi genomi. Hanno partecipato in totale 111.326 persone: ad alcune era stato diagnosticato il morbo di Alzheimer, ad altre avevano parenti colpiti dalla malattia. Parallelamente, 677.663 persone hanno servito come sani “controlli”.

I dati hanno confermato l’importante ruolo dell’accumulo di peptidi beta-amiloidi e la modifica della proteina Tau, due fenomeni patologici cerebrali già implicati nella patologia.

Secondo Jean-Charles Lambert, direttore della ricerca Inserm, queste analisi rivelano anche “che una disfunzione dell’immunità innata e dell’azione della microglia (cellula immunitaria presente nel sistema nervoso centrale che svolge un ruolo di “raccoglitore di rifiuti” eliminando sostanze tossiche) è al lavoro nella malattia di Alzheimer”. Per la prima volta è stato anche messo in luce il coinvolgimento della via di segnalazione dipendente dal fattore di necrosi tumorale-alfa (TNF-alfa).

Migliorare la diagnosi

Questi risultati gettano nuova luce sulla ricerca terapeutica, aprendo nuove strade e confermandone altre. Gli scienziati erano anche desiderosi di migliorare il processo diagnostico per il morbo di Alzheimer. Alla luce delle loro scoperte, hanno così costruito un punteggio di rischio genetico, che consente di valutare meglio quali, tra le persone che soffrono di disturbi cognitivi, passeranno alla patologia nei tre anni successivi all’identificazione dei disturbi.

Per il momento, questo strumento non è dedicato alla pratica clinica ma “potrebbe essere molto utile nell’attuazione di studi terapeutici per classificare i partecipanti in base al loro rischio e valutare meglio l’interesse dei farmaci testati”, spiega Jean-Charles Lambert.

Poiché la ricerca genetica è stata finora svolta principalmente su popolazioni di origine caucasica, l’obiettivo in futuro sarà quello di determinare se i fattori di rischio individuati siano gli stessi da una popolazione all’altra. Il team di ricercatori prevede inoltre di continuare il suo lavoro su un gruppo ancora più ampio di pazienti ed è interessato, oltre alla genetica, al coinvolgimento della biologia cellulare e molecolare nello sviluppo della malattia.

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